Cattolici, Chiesa e Politica.

Sono intervenuto ieri alla presentazione del libro del Sen. Stefano Ceccani “Al cattolico perplesso”. Ecco il testo del mio intervento.

Il primo pensiero che mi è venuto in mente prendendo in mano questo libro è stato un interrogativo. Perchè al termine “Cattolico” si deve aggiungere sempre un altro aggettivo? Cattolico praticante, Cattolico Adulto, Cattolico devoto, Cattolico Perplesso. Una persona dovrebbe sentirsi completamente rappresentata dal termine “Cattolico”. Se una parola però necessita del supporto di un aggettivo per definirsi meglio, vuol dire che questa parola o ha perso di significato oppure il contesto non ne riconosce più il valore unico e intrinseco. Partendo da questa affermazione ho affrontato il libro con l’amara consapevolezza che anche a me non basta la definizione semplice di “cattolico”, per lo meno affrontando lo specifico politico.
Ma allora chi sono io? Sono perplesso, sono compiuto, sono dubbioso, sono in ricerca?

Faccio parte di una generazione che si è formata politicamente al termine della prima repubblica. Di quella stagione ricordo la passione di una parte, forse marginale ma non residuale, del mondo cattolico che non si è mai riconosciuta nella rappresentanza della Democrazia Cristiana ma non ha neanche voluto soggiacere acriticamente all’abbraccio delle ideologie di sinistra.
Della Democrazia Cristiana ho patito la presunzione di voler rappresentare il pensiero della Chiesa e dei credenti, perchè ho sempre visto che sia l’una che gli altri erano e sono un insieme eterogeneo e mobile di pensieri, idee, progettualità, consapevolezze. Non volevo rimanere rinchiuso nel recinto, magari comodo e accogliente, di chi voleva propormi un pensiero unico di società. Ad ogni campagna elettorale pativo con sempre maggiore sofferenza le omelie del mio parroco che invitava a votare per la Democrazia Cristiana.

La fine della DC è stata vissuta da molti (me compreso) come una liberazione. Si immaginava finalmente che il mondo cattolico avrebbe liberato le sue tante energie fino ad allora compresse e sarebbe iniziata una stagione di iniziative che avrebbero consentito a tanti cattolici di ritrovarsi nei luoghi politici in cui si sarebbero sentiti meglio rappresentati: fine del centralismo inamovibile dei politici cattolici, fine dell’ingerenza materna e ingombrante della gerarchia ecclesiale, fine dell’impossibilità di affrontare la modernità e la complessità della società.

Dopo venti anni si può dire che quei sogni non si sono realizzati. Dove ci troviamo oggi? La realtà in cui ci troviamo è quella in cui la Chiesa ha dichiarato di non voler interferire con la politica italiana. A parole. In realtà, mi sembra di vedere che la Chiesa, negli ultimi anni ha assunto un ruolo ancora più determinante di quello che aveva con la presenza del partito cattolico di riferimento.

Credo che ci sia una spiegazione. La Chiesa, nel rapporto con la Democrazia Cristiana, doveva mantenere un ruolo meno aggressivo proprio perchè la DC, presumendo di rappresentare tutte le componenti cattoliche italiane, doveva mantenere equilibri interni che non potevano essere risolti meramente con la distribuzione degli incarichi e dei posti di governo. Quindi, seppur incombente, la Chiesa doveva mantenere una posizione più defilata, proprio per evitare di mettere in crisi questi equilibri. Oggi, non esistendo più questa necessità, la Chiesa (o per lo meno la sua gerarchia) si può permettere una posizione decisamente più aggressiva, grazie anche alla debolezza della classe politica odierna (sia di destra che di sinistra).

Vi sono alcune questioni che rendono molti cattolici sempre più perplessi. Ne cito alcuni, sapendo che su alcune cose potrò essere criticato.
La prima questione riguarda i “valori non negoziabili”: tutela della vita in tutte le sue fasi, riconoscimento e promozione della struttura naturale della famiglia, diritto dei genitori di educare i propri figli
La questione non è relativa al merito di questi valori. Il problema risiede nel fatto che questi valori non solo non sono negoziabili, ma non sono neanche più discutibili. E la semplice richiesta di poterli affrontare politicamente diventa anatema.
Questa chiusura si è mostrata in tutta la sua determinazione soprattutto in occasione del Referendum sulla Legge 40 e sulla discussione dei Di.Co. e del conseguente Family Day. Occasioni perse, secondo me, per affrontare con saggezza e lungimiranza due temi che, al giorno d’oggi non possono essere più pensati con le categorie degli scorsi decenni, perchè diversa è la composizione sociale e il livello culturale e scientifico in cui ci troviamo.

La seconda questione è quella economica. Sono molti, e secondo me troppi, gli interessi economici per cui la Chiesa sta chiedendo tutela alla politicaa fronte della garanzia di non mettere in discussione il comportamento etico e morale della classe dirigente. Gli introiti dell’8 per mille valgono il silenzio o lo scarso impegno contro la dissoluzione morale? Le esenzioni ICI giustificano la leggerezza con cui vengono giudicati i comportamenti immorali, le barzellette sconce, le bestemmie, i modelli educativi di Berlusconi? I contributi alle scuole cattoliche hanno lo stesso valore della mancanza di indignazione rispetto alle chiusure e alle guerre contro gli ultimi (soprattutto se hanno il colore della pelle diverso dagli abitanti della Padania)? Non prendete come facile populismo queste mie affermazioni. Le risposte a queste domande, quando poste in “camera caritatis” ad esponenti ecclesiastici, dimostrano una bella dose di opportunismo da parte della Chiesa. E quindi il giudizio diventa leggero sui comportamenti “l’importante è che il Governo faccia le cose che ci convengono”.

Per chi come me ha sempre visto nell’insegnamento evangelico della Chiesa il modello di amore su cui basare la convivenza fra gli uomini, è una sofferenza vedere che proprio l’insegnamento evangelico viene usato come un’arma contro il dialogo e il confronto fra diverse idee. Conseguenza di questa “radicalizzazione” della proposizione evangelica è la radicalizzazione, eguale e contraria, della visione non religiosa della società. E il passo di “scontro fra civiltà” è sempre più vicino. Forse anche più vicino di quanto non fosse al tempo del Comunismo. In questo contesto trovo molto suggestiva l’analisi fatta da Ceccanti nel Capitolo 5 di questo libro. E’ in questo capitolo in cui viene trattato con particolare precisione il rapporto che può e deve esistere in una società come quella italiana in cui sono presenti componenti sociali di credenti di varie religioni e anche componenti agnostiche.

Ceccanti presenta il ragionamento fatto da Jean Bauberot, secondo il quale la laicità di uno stato laico si può rappresentare con un triangolo. Su di un lato sono presenti gli atei e gli agnostici che credono fermamente nella laicizzazione della società, sul secondo lato vi sono i religiosi maggioritari (i cattolici in Italia) che pretendono la libertà di culto, sul terzo lato vi sono i religiosi minoritari che invece richiedono l’uguaglianza. Tutti e tre i lati comunque convergono e l’equilibrio fra i tre lati fa sì che la struttura geometrica (e quindi quella sociale) sia stabile. Oggi ci troviamo invece nella situazione in cui le forze che compongono il triangolo sviluppano forze centrifughe che aumentano la distanza con il passare del tempo.

La soluzione che Ceccanti propone è quello della mediazione, non come compromesso al ribasso, ma come la ricerca di soluzioni che portano in se tutte le istanze valoriali che la complessità della società propone. Questa è una soluzione ideale che non può che essere condivisa. Ma ha un limite: il limite è l’uomo stesso. Se non riusciremo ad avere una classe dirigente all’altezza di questo compito, sia come uomini e donne di governo, sia come gerarchia ecclesiale, questo risultato non si potrà ottenere. Sino a che l’interesse personale o di gruppo sarà predominante sull’interesse generale per il bene comune, qualsiasi dialogo sarà soffocato dai calcoli di convenienza. E gli alti ideali, sia evangelici che laici, saranno sopraffatti.

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